I misteri archeologici sommersi dell’isola di Linosa (Ag) e del Canale di Sicilia

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L’isola di Linosa (Ag), che insieme a Lampedusa e Lampione fa parte dell’arcipelago delle Pelagie, ospita sui suoi fondali numerosi reperti, per la maggior parte antichi, come resti di anfore (ma anche il relitto di un aereo inglese della Seconda Guerra Mondiale) che attirano molti appassionati di immersioni subacquee. Ma le sue acque potrebbero nascondere ben altri segreti come lascerebbero pensare le clamorose notizie lanciate più volte dalle agenzie di stampa dagli anni ‘50 del secolo scorso fino al 2015.

I misteri archeologici sommersi dell'isola di LinosaCuriose scoperte. Nell’estate del 1957 il capitano Raimondo Bucher, esperto subacqueo, esplorò insieme al fratello i fondali di Linosa. Secondo il suo resoconto all’agenzia “Italia” – riportato poi dal “Corriere della Sera” del 1° settembre dello stesso anno – i due sommozzatori si imbatterono in una vera e propria muraglia sommersa lunga un centinaio di metri e costituita da massi regolarmente squadrati che strapiombavano fino ad una profondità di 55-60 metri. «L’assoluta assurdità di questa regolare muraglia mi ha un poco meravigliato» – dichiarò poi Bucher – «e mi sono subito reso conto che quella formazione che mi stava davanti, tanto regolarmente disposta, non poteva essere della medesima natura vulcanica di cui è costituito il restante fondale del luogo».
I misteri archeologici sommersi dell'isola di LinosaL’ultimo giorno d’immersioni il comandante s’imbattè in qualcosa di ancora più curioso: «Una forma grossolanamente umana mi si delineò davanti: ad un’osservazione più attenta potei constatare che si trattava di una specie di idolo di tipo faraonico, molto rozzamente modellato. Tutte queste osservazioni (a parte la presenza di una grande quantità di anfore, le quali però possono essere, e probabilmente sono, i resti di qualche naufragio) mi hanno persuaso – continuò il capitano Bucher – di trovarmi in presenza delle vestigia di una civiltà antichissima».
Raimondo Bucher, classe 1912, ungherese ma di padre italiano, iniziò come pilota aeronautico nell’aviazione italiana per poi cominciare ad interessarsi poco prima della Seconda Guerra Mondiale anche di attività subacquea. E’ proprio in questo campo che fornì un gran numero di importanti contributi, in primo luogo come inventore di nuovi dispositivi per le immersioni (un aliante subacqueo nel 1955, nuovi tipi di pinne nel 1957, erogatori “ad offerta” di ossigeno nel 1958, ecc.) e di custodie a tenuta stagna per macchine fotografiche e cinematografiche, per le riprese in immersione.
Ma fu anche un eccezionale esploratore subacqueo. Fu lui a scoprire nel 1956 la città sommersa di Baia nel Golfo di Napoli, ed ancora nel 1995, alla rispettabile età di 84 anni, Bucher fece riprese video del relitto della famosa nave dei veleni, la Klearkos a 83 metri di profondità! Non è un caso che sia stato il primo a scendere a grande profondità in assenza di bombole e ad inventare la disciplina sportiva delle immersioni in apnea, fino ad arrivare a 44 metri di profondità nel 1952. Un personaggio straordinario, non solo nel campo dell’attività subacquea, appartenente ad un’epoca in cui tali personalità fuori dal comune erano forse meno rare di quanto non lo siano oggi, e che si è spento a Roma nel 2008.
I misteri archeologici sommersi di LinosaE’ veramente difficile dunque ritenere senza esitazioni che Bucher e suo fratello presero un abbaglio nelle acque di Linosa, e men che meno che s’inventarono tutto per chissà quale scopo. I fondali di Linosa in effetti contengono anche alcune curiose formazioni geologiche dall’aspetto di muraglioni che da pochi metri di profondità precipitano a picco per diverse decine di metri, anche se vengono considerate di origine naturale. L’isola infatti è di origine vulcanica, presenta ancora i resti di quattro bocche eruttive, e ai tempi in cui queste erano ancora attive, il magma a contatto con l’acqua del mare poteva facilmente assumere forme geometriche all’apparenza regolari e artificiali. Sui fondali dell’isola, come già detto, non mancano neppure i resti di anfore greche e romane, frutto dei frequenti naufragi in tempi antichi. Linosa era infatti un prezioso scalo per le navi che attraversavano il Mediterraneo in lungo e in largo, e sull’isola si possono ancora oggi vedere numerosi resti di cisterne antiche per l’immagazzinamento dell’acqua potabile. Tuttavia al momento non sembra vi siano tracce né di misteriose rovine, né tanto meno di statue o idoli faraonici.

Misteri sommersi. Tutta questa storia dopo gli anni cinquanta sembrava ormai dimenticata, ma proprio in questi ultimi anni è tornata alla ribalta in seguito ad un’altra curiosa notizia.
Alla fine del gennaio 2010 le agenzie di stampa batterono il seguente comunicato: «Mezzi della Marina Libica avrebbero scoperto, sui fondali al centro del Mar Mediterraneo, cospicue tracce d´interesse archeologico, tra cui anche i resti di diversi edifici di tipo urbano. Si tratta forse dei reperti dell’antica capitale di Atlantide?
«Nei giorni scorsi, l´agenzia ufficiale di stampa della Jamahiriya ha pubblicato un comunicato dal quale, pur tra mille coperture, trapelava la notizia che resti di costruzioni di importanza notevole sarebbero stati individuati, nei mesi scorsi, a quasi 400 metri di profondità, sopra un fondale piuttosto basso. Il ritrovamento è avvenuto in alto mare, in una località che non viene esattamente rivelata, tra il Canale di Sicilia e le acque del Mediterraneo orientale. Frammenti di sculture, diversi oggetti metallici d´uso comune e la testa di Melqart (eroe semi-divino, assimilabile all´Eracle greco, dal quale discendeva la regalità nell´antico regno), sono stati portati a riva e sono ora allo studio presso i competenti uffici archeologici di Stato della Jamahiriya.
«La località del ritrovamento è nota ai pescatori con il nomignolo di Deir ash Sheytan (la dimora di Satana) e anche, in lingua maltese, di Kadal Diawul, a causa delle notevoli perdite che il bassofondo ha sempre provocato alle reti ed ai bottini dei pescatori, poiché spesso le reti si strappano, dopo essersi impigliate in misteriosi oggetti sommersi.
«La notizia appare di primaria importanza, perché la localizzazione sembra confermare alcuni studi su Atlantide, compiuti negli anni scorsi da un noto studioso italiano»
(da: Jabar Bel-Ghazem, Jamahiriya News Agency, cit. in Antikitera.net, 28 gennaio 2010).
Lo studioso italiano in questione è Alberto Arecchi che localizza il sito della leggendaria isola platonica appunto nel Canale di Sicilia, mettendola in correlazione anche con le misteriose civiltà delle Amazzoni del Nord-Africa, citate da molti autori antichi, come ad esempio Diodoro Siculo.
Dal 2010 sino ad oggi le autorità archeologiche libiche non hanno più fornito ulteriori notizie, e dopo la drammatica situazione politica e militare venutasi a creare nella nazione nordafricana dal 2011 non si sa se e quando vi saranno altri sviluppi in merito a quei ritrovamenti sommersi, che per la verità sulla base di quell’unico comunicato destano non poche perplessità. I frammenti di sculture, gli oggetti metallici di uso comune e la testa di una statua raffigurante il dio fenicio Melqart (che in virtù della sua precisa identificazione si intuisce debba presentarsi ancora in stato di buona conservazione) potrebbero in realtà appartenere ad un’antica nave punica affondata. Ma a destare i maggiori dubbi sarebbero le presunte rovine sommerse ritrovate ad una così grande profondità (400 metri addirittura) e ad una certa distanza dalla costa, si presume nel Golfo della Sirte.

Un mondo di 8000 anni fa. In tempi molto antichi, fino al VII – VI millennio a. C., il livello del Mar Mediterraneo era molto più basso rispetto ad oggi. Secondo le ricerche di esperti come ad es. Tjeerd van Andel, geologo dell’Università di Cambridge, superfici costiere oggi sommerse erano all’asciutto, molte delle attuali isole erano unite le une alle altre, ed alcune addirittura non erano nemmeno tali, poiché unite alla terraferma. Era questo il caso ad esempio delle attuali isole Egadi (al largo di Trapani) fuse in una vasta superficie asciutta del Canale di Sicilia a sua volta unita all’isola siciliana. Dall’altro versante anche le isole maltesi erano inglobate in un vasto promontorio unito alla parte meridionale sempre della Sicilia, mentre le coste tunisine erano molto più vicine al litorale siciliano incorporando anche Pantelleria e le attuali Isole Pelagie: Lampedusa, Lampione ed ovviamente anche Linosa. Anche la parte occidentale del Golfo della Sirte era in gran parte asciutto.
I misteri archeologici sommersi di LinosaCosì come ad esempio al largo delle coste israeliane, gli archeologi studiano sin dagli anni ‘80 le rovine sommerse di cittadine risalenti ad ottomila anni fa – Atlith-Yam, Neve-Yam, Megadim, ed altre. con edifici, piazze, aree sacre con menhir, ecc. – in teoria anche nelle aree oggi sott’acqua, ma a quei tempi ancora all’asciutto, del Mediterraneo centrale ed occidentale, potevano esservi insediamenti di ogni dimensione e importanza, ancora ovviamente tutti da scoprire. Ma è poco probabile che si trovino ad una profondità superiore a 90 – 100 metri, poiché come ci dicono le ricostruzioni geologiche tale è stata la portata dell’innalzamento dei mari in tutto il mondo in seguito allo scioglimento dei ghiacci alla fine dell’ultima era glaciale (e non è certo una misura di poco conto). In particolare le due sponde opposte del Canale di Sicilia – che limitato alle sue zone più profonde, doveva apparire più simile ad uno stretto, largo non più di 50–100 chilometri – certamente presentavano una geografia costiera ricca di golfi e approdi favorevoli al sorgere di insediamenti urbani dediti alla pesca ed agli scambi, sia con le altre cittadine, sia con i gruppi di cacciatori/allevatori/coltivatori dell’entroterra.
Un tal genere di scenario sembrerebbe del resto confermato da un’altra scoperta sottomarina. Nell’agosto del 2015 ad una profondità di 40 metri al largo dell’isola di Pantelleria una squadra di geologi dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) di Trieste rinvennero un grande monolite in pietra adagiato in orizzontale sul fondo risalente all’incirca al 7500 a. C. Il menhir – lo si può tranquillamente definire tale perché chiaramente frutto del lavoro umano – presentava alcuni buchi sui lati, ed un grande foro che lo attraversava da parte a parte. È possibile in sostanza che la sua funzione fosse archeoastronomica, ovvero di segnalazione dell’arrivo di solstizi o equinozi mediante la trasformazione dei raggi solari in effetti di luce.
Gli scienziati di Trieste in ogni caso esplorando i fondali del Canale di Sicilia sin dal 2009 hanno trovato le prove che numerose aree tra l’Africa e la Sicilia erano abitate prima di venire sommerse dal mare. “I dati, recentemente pubblicati sul ‘Journal of Archaeological Science: Reports’, dimostrano che già nel Mesolitico erano abitate alcune isole che, sino a circa 9000 anni fa, punteggiavano l’odierno settore nord-occidentale del Canale di Sicilia. L’arcipelago, che un tempo si estendeva tra le coste della Sicilia e l’Isola di Pantelleria, fu progressivamente inghiottito dall’innalzamento del mare seguito allo scioglimento della calotta di ghiaccio che copriva buona parte dell’odierna Europa settentrionale, durante l’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18.000 anni fa). Il monolite scoperto ha richiesto taglio, estrazione, trasporto e installazione, il che rivela importanti competenze tecniche e ingegneristiche, tali da dover abbandonare la convinzione che i nostri antenati non avessero le conoscenze, l’abilità e la tecnologia per sfruttare le risorse naturali e fare traversate marittime” (da: Scoperto sito di 9.500 anni fa nel Canale di Sicilia, in: www.agi.it, 11/8/2015).
In conseguenza di una differente situazione climatica globale, in quel remoto periodo anche le precipitazioni risultavano molto più abbondanti dovunque, anche negli attuali territori desertici del Sahara. A sud dell’odierna Tunisi si trovava un lago dai geologi chiamato Ouargia, e veniva alimentato da un fiume che dagli altopiani del Tassili – oggi assolutamente secchi e aridi – scorreva verso nord lungo un territorio allora molto più umido e fertile. In mezzo alle attuali sabbie ardenti dell’Algeria meridionale e del Mali settentrionale si stendevano grandi laghi azzurri chiamati Taouat, Taoudenni, Azouak, ecc. Queste vaste zone umide, e le praterie che sostituivano l’attuale sabbia arida, richiamavano una gran quantità di specie animali cacciate dai numerosi gruppi umani presenti in tutto il Sahara, come testimoniato dai graffiti e dalle pitture rupestri che ci hanno lasciato in molte parti del grande deserto, come ad esempio proprio sugli altopiani del Tassili.
Con lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari nel Mediterraneo dopo il 6000 a. C. lasciò in superficie solo i picchi più alti come le attuali Isole Pelagie, ovvero Lampedusa, Linosa e Pantelleria, sommergendo le antiche linee costiere della Sicilia dove non si può escludere che vi fossero numerosi insediamenti, che oggi si trovano in fondo al mare.
Dunque il Capitano Bucher più di cinquant’anni fa potrebbe realmente avere scoperto una di queste antichissime città sommerse nei fondali di Linosa. E analogamente anche gli archeologi subacquei libici nel gennaio del 2010 potrebbero averne localizzata un’altra nel Golfo della Sirte. In teoria non si può neppure escludere che ve ne siano ancora altre, anche se al momento, finché non vi saranno altre scoperte, è ovviamente impossibile dare risposte più precise.

Note. Servizi turistici: così come a Lampedusa, si può arrivare quotidianamente a Linosa da Porto Empedocle (Ag) con un traghetto della SIREMAR e un altro della “Traghetti delle isole S.P.A.” nonché con gli aliscafi della “Ustica Lines”. Con gli stessi mezzi, chi arriva a Lampedusa in aereo può proseguire per Linosa.
Per gli appassionati subacquei l’isola ospita tre Diving Center dove poter trovare attrezzature e guide per le immersioni (anche se certamente non a profondità abissali!..), oltre che B&B e alcuni Hotel dove poter alloggiare. Per altre informazioni, oltre al sito ufficiale del Comune di Lampedusa e Linosa, si trovano on line alcuni siti dedicati alle Isole Pelagie contenenti altre notizie dettagliate.
Testo di Ignazio Burgio. La prima immagine, di F. Lo Valvo, proviene da Wikipedia, al pari della terza e della quarta. La seconda da un archivio di foto di pubblico dominio.
Articolo pubblicato il 29 luglio 2022.


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