L’Antica Farmacia di Roccavaldina (Me)

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L'antica farmacia di Roccavaldina (Me)Roccavaldina è un piccolo borgo sui monti Peloritani, a metà strada fra Messina e Milazzo. Fra le sue basse case vecchie di secoli e le sue chiese altrettanto antiche si trovano anche un castello e soprattutto una farmacia-museo, risalente al ‘600: sarebbe la più antica d’Europa secondo quanto si dice.

Ubicata in via Umberto è costituita da un ampio locale con al centro un bancone. Davanti a questo fanno bella mostra di sé due alambicchi in metallo ed un recipiente anch’esso in metallo. Vicino ad essi anche dei grandi mortai in pietra indispensabili per triturare le erbe col pestello e preparare i medicamenti, ovvero i farmaci di una volta.
Ma ciò che meraviglia di più il visitatore sono gli scaffali alle pareti stracolmi di vasi in ceramica, finemente dipinti. Un tempo essi contenevano le erbe e gli ingredienti per la preparazione a mano dei rimedi – in pratica solo naturali – per i più comuni malanni, quelli che fino all’avvento della medicina del XX secolo potevano venire curati senza antibiotici e senza i moderni farmaci di sintesi.

I contenitori di ceramica, 238 di numero, sono costituiti in primo luogo dai cosiddetti albarelli, ovvero vasi dalla forma cilindrica, con o senza coperchio. Sono poi presenti anche anfore a singolo o doppio manico, fiaschi col collo stretto e allungato, e brocchette. Su molti di essi – albarelli e fiasche – vi sono raffigurate scene bibliche, mitologiche, o storiche, simili a quelle dipinte da Raffaello Sanzio nelle Logge Vaticane. A differenza dei più comuni recipienti antichi da farmacia – su cui vi era scritto il nome della sostanza, erba o minerale, che contenevano – queste ceramiche non mostrano alcuna scritta, all’infuori di due vasi: sopra uno di essi si legge in italiano arcaico “Como Giove si converse in toro e rapì Uropa” (la principessa Europa); in un altro semplicemente il nome “Ercole”. Molto probabilmente in origine non erano destinati all’uso farmaceutico, ma come recipienti di lusso per ricche dimore.

Alcuni di questi vasi sono così raffinati e così riccamente decorati che farebbero la loro degna figura nei più grandi musei del mondo. In effetti alcuni rari esemplari facenti parte in origine della medesima collezione si trovano ora al Museo della Ceramica di Faenza e al Museo di Palazzo Mirto a Palermo. Ma sono presenti anche all’estero, in Francia, nel Castello d’Anet e nel Museo di Cluny, e al Waddesdon Manor in Inghilterra.
Vale certamente la pena di raccontare la loro storia e quella dell’antica farmacia.

Come ricostruito dagli studiosi che se ne sono occupati, i vasi vennero realizzati nel 1580 ad Urbino, la patria appunto di Raffaello, nella bottega di un certo mastro Antonio Patanazi (o Patanazzi) come attesta una scritta sul fondo di un’anfora: “M. ANTONIO PATANAZI URBINI 1580”. Essi giunsero qui in Sicilia poiché vennero acquistati da un certo Cesare Candia, molto probabilmente un commerciante messinese che comprava ceramiche ad Urbino per rivenderle qui in Sicilia. Certamente doveva trattarsi di un personaggio ricco e ambizioso: in molti vasi infatti oltre che il suo nome è raffigurato anche un suo presunto stemma azzurro e arancione, con tre stelle e una colomba bianca. Anche se tra i nobili dell’epoca non se ne conosce nessuno col suo nome, sicuramente era una persona che non voleva passare inosservata.

Diversi anni dopo nel 1628 la ricca collezione di ceramiche finì nelle mani di un benestante di Roccavaldina, un certo Don Gregorio Bottaro che l’acquistò nel corso di un’asta per ben 400 onze, una cifra ragguardevole, che in effetti venne pagata in 4 rate. La sua intenzione tuttavia non era quella di tenerla per sé, e infatti la donò alla Confraternita del SS Sacramento di Roccavaldina con la condizione che fornisse gratuitamente i farmaci ai poveri.

La Confraternita possedeva già da un paio di anni la farmacia (o meglio, la “spezieria” secondo la terminologia dell’epoca). Al suo interno nel bel mezzo degli scaffali si può ancora ammirare un quadro che raffigura l’ostensorio, ovvero lo stemma della medesima Confraternita. Quest’ultima nel corso dei secoli affittò la farmacia a diverse generazioni di farmacisti (o meglio, “speziali”) fino al 1882. Dopo questa data i vasi non vennero più utilizzati e vennero presi in custodia da vari enti (la locale Congregazione della Carità fino al 1937, e dopo tale data, dall’E. C. A., l’Ente Comunale di Assistenza). Tra il 1966 e il 1967 tutta la collezione delle pregiate ceramiche venne inviata per il restauro a Faenza presso l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica “G. Ballardini”. Rientrata a Roccavaldina, nel 1968 venne posta sotto la tutela dei Beni Culturali di Messina, e dal 1979 è di proprietà del Comune di Roccavaldina. Nel 1992 – come già successo una prima volta nel 1880 – la farmacia subì un clamoroso furto, ma per fortuna tutta la refurtiva venne recuperata.

Non tutti i pezzi di ceramica della collezione provengono dalla bottega Patanazzi di Urbino, poiché nel corso dei secoli ne sono stati aggiunti altri di diversa provenienza, e più o meno pregiati e decorati. Viceversa alcuni dei vasi originali non si trovano più all’interno dell’antica farmacia, anche perché, come si può immaginare, facevano gola a molti collezionisti, compresi quelli più potenti. Il 24 luglio 1690 il vicerè di Sicilia, Francesco Paceco, duca D’Uzeda, avendo sentito parlare della bellezza dei vasi della farmacia chiese al principe di Roccavaldina, Giovanni Valdina Vignolo, di inviargliene qualcuno in dono. Il successivo 12 agosto 4 pezzi giunsero a Palermo, e il vicerè dopo aver avuto conferma coi propri occhi del loro pregio, il 23 dello stesso mese ne chiese altri, convinto (Manzoni docet…) che i suoi sudditi non potessero rifiutarsi di accontentarlo. Ma a quanto pare nessun altro vaso venne spedito ad arricchire la dimora palermitana del vicerè.

L’ingresso esterno dell’antica farmacia presenta un arco a tutto sesto. Il portone, rimasto quello originale, è diviso a metà, ma orizzontalmente: la metà inferiore rimaneva infatti sempre chiusa affinchè i clienti fossero costretti a rimanere sempre fuori, e così preservare il personale della farmacia da eventuali contagi. Una consuetudine che noi oggi possiamo comprendere benissimo dopo la pandemia di qualche anno fa.

Fonti:
www.comune.roccavaldina.me.it/museo-farmacia

www.visitroccavaldina.it/da-vedere/la-farmacia

L’Antica Farmacia di Roccavaldina (Me) si trova in Via Umberto I. Per visitarla previo appuntamento si può contattare l’ufficio turistico del Comune: www.comune.roccavaldina.me.it/it/sezione/cultura-e-turismo/page/ufficio-turistico (ai recapiti telefonici ed email, o cliccando sulla voce “Assistenza”).

Come raggiungere Roccavaldina. La soluzione più comoda è servirsi dell’Autostrada A20 Messina-Palermo ed uscire al casello di Rometta (se si giunge da Messina) o al casello di Milazzo (se si proviene da Palermo), quindi proseguire sulla SS. 113, fino al bivio di Fondachello Valdina e poi salire in direzione di Roccavaldina per circa 5 Km.

Testo di Ignazio Burgio. Le immagini sono tratte da Wikipedia. La prima, di Pieromarchetta, ritrae l’interno della farmacia. Gli autori delle foto nella galleria sono riportati nelle rispettive didascalie. Data di pubblicazione: 14 luglio 2026

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